Letteratura · sognatori nel cassetto

“Dal mare verrà ogni bene” di Christos Ikonomou

Ho appena finito di leggere questo libro e ne sono perdutamente innamorata. Non è un libro perfetto, non è il libro dell’anno, ma è sicuramente un libro che vale la pena di leggere anche solo per ammirare la maestria con cui sono state scritte le storie che lo compongono. Sono stata immediatamente attirata dal titolo: Dal mare verrà ogni bene. Mi sembrava geniale, poetico e dolce. Dato che credo fermamente che il mare sia una delle cose più belle del mondo, credo pure che, semmai qualcosa di buono dovrà arrivare, è proprio da lì che mi aspetterei di vederla spuntare. Avevo segnato il titolo e l’autore distrattamente sull’agenda, come faccio sempre quando leggo la sezione Libri di Internazionale e voglio annotarmi qualcosa di stuzzicante. Come sempre, l’avevo lasciato lì, abbandonato su una pagina deserta e desolata e me ne ero scordata. Sfogliando l’agenda dell’anno passato, però, la mia curiosità è stata colpita di nuovo dal titolo di questo libro e perciò “basta, lo devo comprare subito”.

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Contrariamente alle mie aspettative apro il libro, comincio a leggere e le prime parole che mi appaiono sono: “Inghiottirò i vostri sogni“. Nei successivi due paragrafi si parla di sangue, teste spaccate e di un povero uomo legato al cofano di un pick-up e infilato in un autolavaggio. Violenza, tragedia, e cattiveria traspaiono sin dalle prime pagine e allora comincio a pensare che il titolo sia più qualcosa che oscilla tra una provocazione, uno specchio per le allodole e un enigma da decifrare. Starà al lettore decidere quale delle tre opzioni sia la più valida. A onor del vero, ho notato che il “mare” del titolo è in greco θαλασσα, thalassa, che nella mitologia greca è il nome della madre di Egeo (il padre di Teseo) e la rappresentazione del mar Mediterraneo. Sebbene la traduzione italiana mi sembri bellissima e azzeccatissima, effettivamente quest’immagine forte (e, ovviamente, di vitale importanza nel libro) si perde un po’ nella traduzione dal greco all’italiano.

Se cercate la trama su internet leggerete che il testo ruota intorno a un gruppo di persone provenienti da varie parti della Grecia continentale che, spinti dalla crisi economica e dalla disoccupazione, decidono di trasferirsi su un’isola del mar Egeo nella disperata ricerca di una nuova vita, di un nuovo inizio. Una volta arrivati, però, si ritroverranno di nuovo vittime dello stesso sistema spietato e cattivo che li aveva costretti a lasciare le loro case. Vengono etichettati “Ateniesi” dagli abitanti del luogo a loro volta chiamati “ratti“. Già così sembra una trama molto interessante, non trovate? Se non fosse che il libro è ancora più bello e questa trama non gli rende giustizia perché fa sembrare che la storia ruoti intorno alla faida tra questi due gruppi ma le cose non stanno esattamente così (anche perché ai “ratti” non viene mai data la parola, se non per qualche breve, epico e fatale momento).

È un romanzo strano: in realtà si tratta di quattro storie intervallate da un’altra mini storia. Tutte le storie riguardano uno degli “Ateniesi” e sono compiute in se stesse. Nel senso: non c’è una vera e propria trama che riguarda “persone che fanno cose in un determinato periodo di tempo e noi ne vediamo lo svolgimento”. Le varie storie sono sì collegate in vario modo ma si possono leggere anche singolarmente. Tuttavia, una volta lette tutte, dopo aver lasciato sedimentare le forti emozioni e sensazioni che provocano (molta rabbia, pietà, tristezza, dolore e speranza), ci si rende conto che tutte toccano gli stessi temi. Quindi diciamo che più di una trama questo libro offrese una serie di temi e di riflessioni profonde e amare. La solitudine dei personaggi delle storie è riflessa nella struttura a storie isolate del libro, ma l’antidoto a questa ruvida solitudine sta nel mettere insieme le storie stesse: se ci si unisce, se si vede tutto l’insieme, se si crede veramente che il cambiamento possa avvenire allora questo avverrà. O forse no?

Di chi sono queste storie? Sono  di Tassos, Chronis, Làzaros, Stavros e Artemis e sono tutte storie commoventi e toccanti. Io onestamente non mi aspettavo di rimanere così colpita da questo libro e invece è stato come una morsa al cuore. Non mi sembrava di leggere le loro storie ma di viverle, come se fossi una testimone che potesse dire “sì, è vero io c’ero”. Ed è proprio questo lo spirito con cui si apre il romanzo: la storia di Tassos è, infatti, raccontata da un suo amico che ci assicura fin dall’inizio che ci racconterà «Come è capitato e come doveva capitare». Tassos è la figura tragico-eroica del romanzo, il primo che ha iniziato a diffondere la “leggenda” che il bene verrà dal mare. E infatti uno dei temi del libro è proprio questo: il rapporto tra il bene e il male e come questo quesito etico e morale si inserisca in un periodo di crisi, nella fattispecie quella dolorosissima avvenuta in Grecia di recente. Tassos è sicuramente una figura positiva, colui che subisce soprusi e torture ma non abbandona mai il proprio sogno. Tassos sogna di aprire una cooperativa, di sfidare il sistema mafioso che regna sovrano sull’isola perché crede fermamente che solo unendosi si potrà sconfiggere il male e godere del bene. Gli “Ateniesi” speravano che su un’isola sperduta del mar Egeo potessero sfuggire dai problemi intimamente legati a questioni di macroeconomia “europea” e che li avevano ridotti senza casa e senza un lavoro. Invece, una volta giunti lì, si ritrovano a dover lottare contro un altro sistema, più piccolo e forse anche più corrotto, che riproduce in miniatura le stesse dinamiche di violenza e ferocia che hanno portato alla crisi. Il senso di totale estraniamento è assoluto e brutale: sono Greci anche loro eppure si ritrovano a dover calzare i panni che di solito vengono fatti indossare forzatamente agli immigrati:

Poi c’era anche quella faccenda del battezzatoio. Un mesetto prima avevano arraffato la vasca battesimale nella chiesa di San Giovanni il Guerriero, lassù sulla montagna, e cercano di dare la colpa a noi. L’hanno rubato gli Ateniesi, dissero. Quella sfondata di tua madre, dicemmo noi. Che cosa ce ne facciamo del battezzatorio, razza di straccioni? Una piscina per i pupi? No, fanno, l’avete venduta come rame. Dieci euro al chilo, pesa cento chili, vi siete fatti un biglietto da mille. Mille saranno i cazzi che succhieranno quest’anno le vostre mogli e figlie, gli abbiamo detto noi. Maledetti stronzi. Siamo venuti alle mani, e poco ci mancava che ci ammazzassimo, ti dico. Una volta gli rubiamo il lavoro, un’altra i campi, adesso raccontano che gli rubiamo anche le vasche battesimali. Ma sentili. Sentili chi parla di ruberie. Proprio loro che ci spennavano negli alberghi e nelle taverne quando per tanti anni veninvamo nelle loro isole sperdute. Cinque euro il caffè; quindici l’insalata. Per tanti anni ci hanno rapinati, adesso chi chiamano ladri. Per tanti anni ci hanno rapinati, adesso ci odiano. Aveva ragione quel poveraccio di Tassos. Per tanti anni abbiamo razziato la Grecia, e adesso che l’abbiamo razziata la odiamo. Lo stesso è capitato con noi. Adesso che siamo rovinati e non possono più rubarci niente, ci odiano. Neanche fossimo stati noi a chiedere di abbandonare le nostre abitazioni e di venire qui a casa del diavolo. Come se noi fossimo di un altro paese, come se non fossimo della stessa razza, tutti Greci.

Se c’è una cosa che è emersa dalla crisi è  lo sfrenato individualismo in cui ciascuno è stato ingabbiato. Un interesse così ferocemente rivolto esclusivamente al proprio bene personale da annichilire l’animo e obnubilare ogni giudizio e ogni morale. Non esiste nemmeno più una consolazione della logica Nazione/Altri perché la nazione stessa è stata talmente sgretolata e mandata in frantumi che ormai l’unica legge che vige è quella del più forte e di chi si fa i cazzi propri senza dar fastidio. Come si dice a un certo punto nel romanzo, non si deve essere orgogliosi della Grecia perché l’orgoglio è un albero dalle radici marce che può essere abbattuto in ogni momento. Bisogna amare la Grecia. Solo chi ama davvero la Grecia progetta un suo reale miglioramento. E Tassos ama sicuramente la Grecia, la sua nazione ma potrebbe, idealmente, essere la nazione di chiunque. Purtroppo la sua tenacia e la sua determinazione verranno meno in un unico momento costruito tramite un climax perfetto e che rappresenta la chiave di volta del libro. Ho già detto che Tassos è un eroe tragico ed è pure un eroe tragico raccontanto da un autore greco quindi non aspettatevi una deviazione dalla norma. Eppure le modalità della fine di Tassos non sono per nulla eroiche, come ci tiene a sottolineare più volte il suo amico-narratore. Tuttavia, quello che conta è il momento: Tassos non cade a causa delle angherie e delle cattiverie altrui: cade quando comprende che non è in grado di odiare l’altro, che non è in grado di affermare se stesso a discapito della vita di un’altra persona. Bisogna spezzare il circolo vizioso di odio e paura, ma come? Qual è la soluzione? O meglio, quello che conta non è tanto la soluzione, ma come la si mette in pratica, come si deve agire.

Ci penso molto spesso. All’odio, dico, e alla paura. Ci penso molto spesso e mi chiedo quale dei due generi l’altro. È l’odio che nasce dalla paura o la paura dall’odio? E mi chiedo che ne sarà di noi, che cosa ci aspetta domani, dove ci porterà tutto ciò. In quale paese vivremo, mi chiedo, sia noi che coloro che verranno dopo di noi? In un paese che esisterà perché odia e ha paura? In un paese che esisterà per odiare e avere paura? E voglio credere in qualcosa. Voglio credere a qualcosa, d’accordo? Credere in qualcosa, a qualcuno. Voglio credere a un nuovo Cristo, pur sapendo che non esiste, pur sapendo che non scenderà mai sulla terra, non sarà generato, non sarà crocefisso, non risorgerà. Sapere che qualcosa non esiste e crederci -questa è, ritengo, l’unica salvezza che ci è rimasta. Perché se credi in qualcosa che non esiste, forse -chissà, forse- un giorno ciò in cui credi vedrà la luce.

La storia di Chronis è quella più bizzarra e più filosofica ma anche quella che sembra dare uno slancio di positività al libro. Chronis è un ragazzo su una sedia a rotelle che ogni giorno assiste impotente all’incredibile violenza che un vecchio chiamato “il Tedesco” infligge a una ragazzina. Tutto lo sanno e nessuno fa niente. Questo è il dilemma che attanaglia Chronis e che cerca di dipanare spiegando in una lucida follia quali sono i pro e quali sono i contro di un suo eventuale intervento. È giusto intervenire spezzando violentemente la mentalità del “lo so ma non agisco” condivisa da tutta la comunità? È giusto commettere un atto di forza su un altro essere umano per fermare un altro atto di forza? La violenza per fermare un’altra violenza come può essere giustificata? Siamo agli stessi interrogativi che Tassos ha dovuto affrontare nel racconto precedente ma, come poi leggerete, non troveranno risposta. Chronis, invece, una risposta la dà nel modo più paradossale: lui, il disabile, quello incapace di muoversi e di agire liberamente sarà colui che agirà, che metterà da parte le sue riflessioni sul bene e sul male a favore dell’azione.

Il mondo è fatto in modo tale da privare ognuno di noi della possibilità di fare del bene in prima persona.No, no, errore. Riprendiamo dall’inizio. Pronti? Allora. Il mondo è fatto in modo da esimere ognuno di noi dalla responsabilità di fare il bene in prima persona. Ognuno di noi è libero di fare il male in mille modi, mentre il bene è sempre una faccenda che riguarda qualcun altro. Nelle nostre società, il bene è un monopolio dello Stato. Perché una società funzioni in maniera elementare, lo Stato deve avere il monopolio della violenza -ma ancora più importante per una società è che lo Stato abbia il monopolio del bene. Vi sembra che questo ragionamento sia tirato per i capelli? Iperbolico? Eppure, questa è la verità. No, errore. Ma così è la verità. Poiché il potere è identificabile con la sua corruzione –perché il potere, ovviamente, non corrompre né viene corrotto, come dice qualsiasi buffone in televisione o su Internet, il potere è identificabile con la sua corruzione, il che significa che il potere è corruzione -così anche la verità è identificabile con il suo trascendimento. Il che significa che per vedere la verità nella sua interezza devi trascenderla. Per vedere la verità nella sua interezza devi allontanarti dalla verità, così come, per esempio se vuoi vedere la Terra nella sua interezza devi viaggiare nello spazio per migliaia di chilometri.

La storia di Làzaros è, tra tutte, quella più commovente e straziante. Làzaros è l’Egeo del romanzo ma, a differenza del personaggio mitologico, forse sconta una pena ancora peggiore: suo figlio Petrakis è scomparso e nessuno sa che fine abbia fatto. O meglio, forse tutti lo sanno, perfino lo stesso Làzaros, ma nessuno vuole ammetterlo. Làzaros è un “Ateniese” che è riuscito ad aprire una taverna sull’isola. Quando un mafioso del luogo chiede al figlio di lavorare per lui, Làzaros non esita un secondo a spingere il figlio ad accettare. D’altronde, bisogna amare il denaro. Bisogna amarlo come se fosse una propria mano, una parte del nostro corpo. Questa è la filosofia di Làzaros, una filosofia che porterà alla tragica scomparsa del figlio e al conseguente plumbeo senso di colpa del padre. È, lo ripeto, un racconto davvero straziante che ripercorre il filone delle “colpe dei padri che ricadono sui figli”, un altro tema ben noto nell’antichità classica. Sinceramente, ho pianto tantissimo anche perché finalmente ho letto un personaggio paterno a tutto tondo che ama suo figlio, ma questo amore non è descritto come qualcosa di “anormale” o di “piatto”. Quello che mi è piaciuto è, infatti, la descrizione di un “banale” , quasi “noioso” amore paterno nei confronti del proprio figlio, un amore che nel suo essere “banale” e “noioso” si trasmette come vero, autentico e totalizzante. Utilizzo questi termini”banale” e “noioso” proprio perché è di questo che si parla nel romanzo: forse sono prorio le cose “noiose”, le cose di tutti i giorni come le nostre abitudine o il nostro modo di pensare che nascondono le grandi verità della vita. Forse è tutto qui, in fondo «la vita vuole vivere» scrive Ikonomou.

Tutto bene, dice Làzaros, guardando la luce fioca che comincia a diffondersi laggiù in lontananza, dietro le nuvole bianche. Era solo uno spavento, passerà. E se abbiamo detto qualcosa di troppo, siamo uomini, va tutto bene. Io l’ho fatto per te. Perché tu non diventi come queli omuncoli che sprecano la loro vita piluccando quattro soldi perché non hanno il fegato di mettersi a cacciare il denaro. E per dare la caccia al denaro bisogna stare dalla parte di chi sa dargli la caccia. L’ho fatto per te, mi senti? Perché tu non vivessi una vita in mezzo all’odio. Perché questo capita i poveri. All’inizio odiano quelli che hanno il denaro e poi odiano se stessi perché sono poveri e alla fine odiano il mondo itero. Ma l’odio è la cosa peggiore, peggiore persino del denaro. Per questo ti ho detto, ragazzo mio, che devi imparare ad amare il denaro. Perché il tuo cuoricino non si riempia d’odio. Per te l’ho fatto. Mi senti, Petrakis? Luce mia, vita mia, mi senti?

Si alza in piedi e guarda ancora dal bordo del dirupo, misurando con lo sguardo il buio che lo separa dal buio sottostante. Gli si piegano le gambe, sente tremare qualcosa dentro di sé, in basso, tra le gambe. Si tira indietro e s’inginocchia sulla roccia e decide che così, nudo e inginocchiato, aspetterà che arrivi il nuovo giorno.

Ma posso anche essermi sbagliato. Mi senti Petrakis? Petros Petrakis, bravo ragazzo. Senti quello che ti dico? Posso anche essermi sbagliato, ti dico. Può esserci un altro modo, un’altra strada. Magari tu la troverai, quest’altra strada, e la seguirai. Magari l’hai già trovata. Vieni, ragazzo mio, vieni, e fai come credi. Giuro che terrò la bocca chiusa. Vieni e dimmi che sono un vecchio pazzo, un oste ubriacone. Vieni e di’ quello che vuoi, insultami quanto vuoi, trattami come una pezza da piedi. Ma vieni accanto a me. Che ti veda ancora, Petros, altro non voglio. Quando sei qui, dentro di me battono due cuori. Senza di te, non ne batte nessuno. Petros, Petrakis, bravo ragazzo. Vieni di nuovo accanto a me. Vieni, luce dei miei occh. Petros caro. Vieni.

L’ultima storia, quella di Stavros e Artemis, dà l’epilogo al romanzo. Non è un caso se nel finale i protagonisti si sdoppiano, sebbene Ikonomou non abbandoni mai la voce narrante maschile. Stavros e Artemis sono due giovani che decidono di recuperare un vecchio rudere dello zio di lei (quello che chiamavano “il Tedesco” e che chiudeva la ragazzina nella stanza) e decidono di trasformarlo in una taverna. La chiameranno “Il bene verrà dal mare” e sognano di espandere il progetto fino a farla diventare una vera e propria cooperativa in cui tutto ciò che viene servito, viene prodotto e raccolto sull’isola. Sognano quello che sognava Tassos all’inizio del libro. Ce la faranno? O verranno di nuove ostacolati dal “male”? E se anche così fosse, il male vincerà davvero alla fine? Non vi svelo la risposta alle domande, un po’ perché non la so (posso semmai darvi la mia interpretazione), un po’ perché vorrei tenervi sulle spine e farvi venire la voglia di comprare questo libro (non sono stata pagata da nessuno, solo che mi piace promuovere le cose che mi piacciono).

Parlerei di queste storie per ore, per analizzare e comprendere a uno a uno tutti gli altri temi di cui non ho potuto parlare altrimenti questo post non finisce più. Uno dei motivi per cui questo libro mi è piaciuto è perché, come ho già accennato prima, queste storie riguardano persone normali, persone che non ambiscono a grandi cose, che hanno dei sogni piccoli e che si accontentano di traguardi che per alcuni sarebbero insignificanti. Eppure, nonostante la loro “piccolezza” e la loro “banalità”, questi sogni danno fastidio, sono come dei sassolini nelle scarpe che non consentono una corretta andatura. È da questi “piccoli” e “banali” sogni che nascono sogni più grandi, idee luminose capaci di coinvolgere e di essere condivise da tutti. Perché in fondo che cos’è che davvero vogliamo? Vogliamo stare bene. E per questo motivo che l’idea stralunata di Tassos per cui il bene verrà dal mare fa presa su tutti noi. Ci crediamo anche noi, sappiamo che sarà così. Forse dobbiamo ancora scoprire come, ma ci crediamo. Crediamo in qualcosa che non esiste perché, forse, questo qualcosa che non esiste ora, in questo luogo, un giorno vedrà la luce.

Vi lascio con queste riflessioni e con questa bellissima e lunghissima citazione (talmente lunga che ho preferito farne una foto!).

Buona lettura!

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