noia domenicale · Senza categoria

Kumaré

La noia domenicale spesso gioca brutti scherzi. Tipo ti può far stare tutto il pomeriggio stesa sul letto a rimuginare sul tuo passato, presente e futuro generando ansia. A volte, però, la domenica pomeriggio riserva anche qualche sorpresa. Ed è proprio quello che mi è successo oggi.

Di solito, quando leggo di un film che mi interessa, tendo a registrarlo nella mia mente per guardarlo in un nebuloso poi. È una modus operandi che applico con qualsiasi cosa nella mia vita, ma con i film questa tendenza ha fatto allungare la lista dei film da vedere in maniera esponenziale. Il risultato è che quando ho un po’ di tempo e voglia di vedere un film puntualmente non so mai quale scegliere. MAI. Perché non me li ricordo più, sono troppi.

Oggi, inaspettatamente, non è andata così. Avevo letto su Internazionale di questo Vikram Gandhi, un regista statunitense che ha girato un film sugli anni giovanili di Obama. Ma non è questo quello che ha destato il mio interesse.

Tale Vikram Gandhi ha anche diretto un film/documentario (?) intitolato Kumaré (2012, trailer).Kumaré è la storia dello stesso Vikram che, per una serie di ragioni che dopo vi dico, fa credere a un gruppo di tizi bianchi dell’Arizona di essere un guru indiano. Mi dico “figooooo, lo voglio vedere!” e, come vi ho già detto, inaspettatamente lo faccio.

Ora non so se è il tema, non so se sono io, non so se è la domenica pomeriggio, ma questo film mi ha colpito tantissimo.

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Innanzi tutto mi affascina perché non si capisce bene che cosa sia. Non è un film normale. Ma non sembra nemmeno un “semplice” documentario. Ho letto nel magico internet che alcuni pensano che le persone nel film non siano persone reali ma attori. Insomma, non si capisce niente. Io professo un atto di buona volontà, mi dissocio dalla mia parte maliziosa e penso che le persone riprese non siano attori.

Riassumendo brevemente la trama, Vikram è un regista del New Jersey di origini indiane. Fin da piccolo è sempre stato affascinato dalla religione o almeno da quel senso di spiritualità vero incarnato perfettamente nella figura della cara vecchia nonnina. Studia religione all’università ma il lato spirituale della materia sembra proprio non appartenergli. Ha conosciuto tantissimi guru, santoni e persone che si definivano “illuminate” non solo negli USA ma anche in India. Per Vikram però tutte queste persone non fanno altro che predare sulla credulità e sulle fragilità umane un po’ (forse, lui non lo dice esplicitamente) per i big money, un po’ perché  boh, fare il guru oggi va di moda e comunque oh regaz, il lavoro uno se lo dovrà pur inventare.

Da qui l’idea: prendere lezioni di yoga e meditazione, farsi crescere barba e capelli, indossare vestiti indiani e andare in un posto in cui nessuno lo conosce (Phoenix, Ariziona) a predicare il suo verbo.

All’inizio il film è a dir poco imbarazzante. Mostra tutte queste persone bianche new age che sperano di risolvere i problemi posti dalla modernità meditando un’ora al giorno. E che, soprattutto, si bevono la storia di Kumaré, cioè l’alter ego di Vikram che va disegnando peni sulla fronte delle persone e che finge uno spiccato accento indiano per una maggiore credibilità ( e anche perché un inglese stentato sembra conferirgli un’aria da bimbo che ora sta apprendendo le cose del mondo e che, da un punto di vista di studi post-coloniali ma non solo, mi turba parecchio).

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Ma l’ imbarazzo di fronte a questi quattro creduloni comincia pian piano a sfumarsi in compassione verso queste persone quando cominciamo a entrare in empatia con i loro problemi. Quando smettiamo di vederli per la macchietta che sembrano (il bianco americano credulone new age) e vediamo la loro umanità. Della serie siamo tutti pieni di problemi e ognuno cerca di affrontarli come può. Da qui la critica verso gli spiritual leaders, guru&co che mentono sapendo di mentire e che non si sa con quale coraggio riescono a vivere sapendo che la gente arriverebbe addirittura ad affidare loro non solo soldi ma la stessa vita.

Se il fim si fermasse a questa critica non sarebbe però così interessante come è. Perché non solo Vikram comincia a identificarsi in Kumaré dichiarando che quest’ultimo costituisce la versione ideale di se stesso, ma inizia anche ad affezionarsi a queste persone e a creare una comunità. Riesce anche ad articolare una sua filosofia di vita che è quella potrei riassumare con la frase “conosci il guru in te stesso“. Kumaré per tutto il tempo del soggiorno a Phoenix ribadisce sempre che lui è il primo impostore perché l’unico vero guro è quello che c’è dentro di noi. Siamo noi gli unici in grado di cambiare le nostre vite.

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So far, so good. I seguaci di Kumaré, spinti dai suoi insegnamenti, iniziano davvero a cambiare. È tutto bellissimo e, a un certo punto della narrazione, avrei voluto bighellonare pure io con la cumpa di Kumaré. In primis perché lui è proprio bono (onestamente capisco perché tante donne nel film si sentano attratte da lui). E poi perché effettivamente mi ritrovavo tantissimo nelle storie di questi americani bianchi creduloni. Alla fine della fiera, tutti cercavano di dare un senso alle loro vite e di trovare dei modi per affrontare problemi e dolori.

Ovviamente questo sogno è destinato a rivelare la sua natura e a finire. Kumaré deve svelare la sua identità. E qua mi fermo, non racconto oltre perché se vi siete appassionati e volete vedervi il film (che potete trovare qui con degli utilissimi sottotitoli in turco) allora non volete sapere come vanno a finire le cose.

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Il motivo per cui mi è piaciuto questo film (oltre alla prestanza del buon Kumaré) è dovuto in parte a quello che sto studiando per la mia tesi (le politiche nascoste nell’ineffabilità del misticismo), in parte a una mia personale ricerca spirituale che al momento procede molto a singhiozzo ma che non vorrei terminare. Esiste un lato affascinante della spiritualità  altrimenti nessuno sarebbe attratto a essa come moscerini a una lampadina. Capitalizzare su questo bisogno umano è possibile proprio perché questo bisogno esiste. Forse è un bisogno nato con la modernità. Forse secoli fa questa urgenza non c’era o era avvertita in altro modo, ma la volontà (e la conseguente frustrazione data dal non riuscirci) di vivere una vita vera e autentica è una cosa a cui riesco a relazionarmi e a capire ma a cui non riesco a credere del tutto come invece fanno queste persone nel film.

Alla fine questi creduloni sono stati ingannati da Kumaré che, in questo senso, agisce proprio come tutti gli altri sedicenti guru. Certo, Vikram ha agito in questo modo proprio per provare  che i guru millantano e ingannano e che tutti noi, in quanto umani,siamo delle facili prede.  Da tranello anche un po’ presuntuoso che era all’inizio, questa storia ha finito per coinvolgere un po’ tutti. I creduloni di Phoenix, noi spettatori nonché lo stesso Vikram. Tutti ci siamo avvicinati  al sottilissimo confine tra la nostra personalità individuale e il nostro senso di appartenenza a un’umanità che ci fa sentire meno soli e più collegati con gli altri.

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