Giappone · giovani liquidi · il favoloso mondo del lavoro · sognatori nel cassetto

Sognatori nel cassetto agli arresti domiciliari

Ho una propensione genetica alle scelte sbagliate. Di quelle che sai essere sbagliate il secondo dopo che le hai fatte. Non so perché ho questo istinto verso l’autosabotaggio ma ce l’ho e non riesco a sbarazzarmene. Un po’ è anche la vita che non mi aiuta. Spesso, infatti, ho avvertito quella sensazione che si prova quando gratti il gratta e vinci e scopri che no, non hai vinto. Lo sai a priori che molto probabilmente non hai vinto ma speri almeno di riguadagnare i due euri persi. Però non appena hai finito di soffiare la polverina grigia la vita passa in un battibaleno sulla sua vespa truccata anni 50 e ti fa “SEEEE PORACCIAAAAAA CIAONEEEEEE!”.

Che i miei errori siano personali lo comprendo e lo accetto, ma a volte mi sento ingannata dal mondo in cui vivo. Ci avevano detto che laurearsi in Scienze della Comunicazione o Scienze Politiche equivaleva a una laurea in Scienze delle Meredine. E invece eccoci qua dieci anni dopo, uno non riesce nemmeno a aprire un’offerta di lavoro che subito ti smarmellano in faccia IL requisito: essere laureati in una delle scienze merendinose di cui sopra.

Sto qua a spulciare i profili Linkedin di gente che non conosco manco fosse un album di figurine e la mia ansia sale. Volti di giovani uomini e giovani donne che hanno speso tempo a caricare la foto giusta (non troppo casual ma neanche troppo formale pare essere la regola), a riempire i campi giusti e a vendersi nel migliore dei mo(n)di possibili. Poi guardo di che si occupano ed è tutto un “Project Manager”, “Project Coordinator”, “Junior Project Officer”, “Social Media Manager”, “Ufficio Marketing e Comunicazioni”, “Digital Marketing Director”, “Travel Blogger” ecc.

Mi fermo e penso 1) ma che cazz  2) che dieci anni fa questi lavori manco esistevano 3) che mi devo spiccia’ a trova na fatica perché ho 26 anni e la mia data di scadenza (TRENTANNIIIII) si sta avvicinando. Se scado la mia entrata trionfale nel favoloso mondo del lavoro sarà seriamente compromessa se non danneggiata.

[Mi avvilisco finché non trovo il profilo di una certa Elena Angelova che dice chiatto chiatto che è disoccupata e che sta cercando lavoro. I love you Elena perché sei l’unico faro di onestà in questo mondo ostile e freddo.]

Mondo del lavoro. Che barzelletta. Come se esistesse davvero. Siamo i millenials della gig economy che lavorano come freelancer da casa sul loro tablet e smartphone. Il concetto stesso di lavoro si sta evolvendo in qualcosa che boh, pare molto spaventoso soprattutto per chi come me un lavoro non ce l’ha. Un tempo c’era il posto fisso e la nozione di identità che ne conseguiva ma ora? Se viviamo in una repubblica fondata sul lavoro e leghiamo la nostra identità a quest’ultimo che succede a chi non solo non lavora ma non sa nemmeno che lavoro può (“vuole?” per chi gode addirittura del lusso di scelta) fare.

Qui è tutto un mondo fluido. La società è liquida, il gender è fluido e l’economia va per cazzi suoi. Ma è davvero possibile vivere così? Voglio dire, per quanto sia un concetto bello e affascinante, quasi poetico, già non possiamo entrare due volte nello stesso fiume, come la mettiamo se a essere fluidi e liquidi siamo noi e non solo il fiume?

A me pare che siamo messi gli uni contro gli altri e che la competizione non solo sia feroce ma anche pericolosa perché mina anche i rapporti umani più stretti e intimi. Siamo davvero in grado di essere realmente felici per gli altri? Magari sarò solo io ma percepisco un’ invidia latente e pervasiva anche nei riguardi di persone che fanno cose che non ci riguardano solo per il fatto che loro fanno o, meglio, ce l’hanno fatta.

Mia mamma mi ha detto che sono una sognatrice. Mi sono sentita ferita e colpita nel punto più debole quando me l’ha detto. È vero, ci ha preso. E ci sono rimasta male perché, a differenza di tutte quelle persone su Linkedin che fanno, i sognatori come me cosa fanno? Sognano.

Più che i sogni nel cassetto mi pare che in ‘sto stramaledetto cassetto ci sono rimasta chiusa dentro io. Le caratteristiche dei sognatori nel cassetto come me sono le seguenti:

  • propensione alla riflessione malsana, di quelle possenti in cui il cervello  è attivo h24 che manco i programmi cazzata-annichilenti di canale 5 riescono a spegnere
  • tendenza all’inazione e alla procrastinazione più cattiva, di quelle in cui ti riduci all’ultimo secondo e le cose le fai una mezza chiavica perché, giustamente, hai sprecato tempo prezioso guardando telefilm in cui gente immaginaria conduce immaginarie vite fantastiche
  • incapacità totale di intercettare il momento e il posto giusto per cui si arriva sempre troppo tardi per salire sul carro dei vincitori che nel mentre è bello che partito insieme al treno delle occasioni che passano una volta nella vita
  • completa sfiducia in se stessi ma sotterranea speranza che in qualche modo non meglio specificato le cose si risolvano e qualcuno scopra il nostro genio latente e mai apprezzato

Non per vantarmi ma io, oltre al quadretto rincuorante appena descritto, aggiungo un’altra voce che è quella degli arresti domiciliari. Non è un tratto fondante del sognatore nel cassetto ma sicuramente una peculiarità che aiuta a esasperare e a esaltare le sue già poco affascinanti caratteristiche. Stare sempre a casa, coi genitori, in un piccolo paese e per giunta senza auto in un momento storico in cui bisogna essere costantemente sul pezzo o si diventa out e obsoleti in un nanosecondo è una dannazione.

Da decenni ormai, ci si è appropriati indebitamente di una determinata lettura del darwinismo e la si è applicata alla società. Secondo questa chiave di lettura per cui sono solo i più forti a sopravvivere, in un mondo liquido e competitivo noi sognatori nel cassetto siamo destinati ad estinguerci.

Un po’ è triste. Molti esponenti del nostro club hanno arricchito questo mondo buio con quella bellezza che contraddistingue le menti che non vivono nella realtà ma che vivono in mondo proprio di finzione e immaginazione.

Io personalmente non riesco a essere liquida. C’ho troppa ansia per la pensione per essere liquida. Ho paura che in tutta questa fluidità la mia vita non riesca a trovare un senso.

Quando ero in Giappone ho fatto una lezione di calligrafia. Dovevo “scrivere” l’ideogramma di fiume 川con il pennello. Come si vede, l’ideogramma stesso contiene l’immagine dell’acqua che scorre. Io provai a farlo ma l’insegnante mi disse che non andava bene perché ero troppo rigida e che dovevo lasciarmi andare. Che ironia.

 

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