Fotografia a sentimento · Psicoanalisi da 1 centesimo

Fotografare (per me, per ora)

Da un po’ di tempo a questa parte la mia situazione sentimentale con la fotografia si è evoluta. Ho finalmente deciso di portare la relazione a un livello successivo e, anche se stiamo solo uscendo, sento che ci potrebbe essere qualcosa di più. Sebbene io provi tutto ciò, mi rendo conto di essere restia a etichettare una volta e per tutte il rapporto come “serio”. Questa mia inabilità all’impegno e la mia tendenza all’inazione sono indubbiamente il frutto di tutte le mie passate esperienze finite male, ma sono determinata a cambiare per lei.

La verità che dico a me stessa e agli altri è che mi piacerebbe scattare molto di più ma i rullini costano e svilupparli non è un toccasana per il portafogli ecc. La verità vera che dico solo a me stessa sottovoce nel buio della camera oscura delle cose che non mi fa piacere ammettere, è che dovrei uscire di più e fare foto ovunque e senza paura, cominciare a informarmi per elevarmi dal mio attuale stato di ignoranza accidiosa ma, soprattutto, cominciare ad ascoltarmi di più e a nascondermi meno.

Due cose lette su internet, qualche mostra e un libro sulla street photography hanno sicuramente acceso in me la passione, ma non sono bastati a prepararmi alla débâcle psicologica post-sviluppo del primo rullino. Sono andata a ritirare le foto con molta felicità, trepidazione e anche tanta convinzione che quell’attimo che avevo visto nella mia mente era stato trasmesso fedelmente sul rullino; che le emozioni che volevo traslare dall’esperienza vissuta all’oggetto materiale denominato “foto” erano resuscitate e si erano reincarnate in una settimana circa, il tempo di farle sviluppare e andarle a ritirare.

Le foto che ho di fronte e che ho scattato io, invece, sono come i voti affissi sui muri della scuola a fine anno: una testimonianza irrevocabile e indiscreta che rende noto al pubblico sovrano il mio debito in “Fotografia I: le basi”; la trasposizione materiale su pellicola della fin troppo abusata frase “è intelligente ma non si applica”; la prova concreta che è meglio studiare volta per volta piuttosto che ridursi all’ultimo momento, il momento decisivo.

Analizzando le mie prime foto, gli errori più evidenti sono quelli tecnici. Esposizioni sbagliate, foto sfocate, diaframma troppo aperto sono scivoloni grossolani ma correggibili. Onestamente, la parte tecnica della fotografia analogica mi sembra molto difficile però, pur nel suo essere complicata, non la trovo un ostacolo. La tecnica, inoltre, coadiuva il sentimento e le intenzioni e, se c’è, crea quel rarissimo allineamento Venere-Giove-Marte che rende una foto eterna.

Si deve anche dire che, a volte, più della tecnica, più del sentimento e più delle intenzioni, una sana botta di culo ti risolve un sacco di situazioni, non solo nella fotografia ma nella vita in generale. Tra le foto sviluppate è capitata anche a me quella con il “c factor”.  Ero in bus e guardavo fuori dal finestrino. C’era questa luce bellissima che trapelava tra le foglie degli alberi e si vedevano tanti pollini cadere come neve. Prendo la macchina fotografica e scatto senza pensare attraverso il vetro del finestrino. Tutti i presupposti per una foto di merda. E invece, in qualche modo, il risultato non mi dispiace affatto.

Ma quindi qual è la relazione tra riflessione e momento? A prima vista mi sembrano due parole che poco hanno in comune a livello temporale. Non dico che sia necessariamente così, però con “riflessione” mi viene da pensare a un arco temporale più lungo di un momento. Il momento, l’istante, l’attimo, chiamatelo come volete, mi sembra invece qualcosa di più immediato e istintivo. E allora come si uniscono questi due elementi in fotografia?

Posto che questo ragionamento che faccio non vale sempre, è una verità universalmente riconosciuta che la mia macchina fotografica richiede esplicitamente di riflettere prima di scattare. L’avevo letto prima di iniziare a usarla e, effettivamente, dopo le prime due fotografie già mi ero accorta che era così. Pertanto, lo scatto di un “momento decisivo” richiedeva una riflessione antecedente di una lunghezza temporale variabile.

Mi sentivo come un ghepardo che si nasconde e aspetta il momento giusto per attaccare la preda e, pensavo, che questa similitudine si potesse estendere anche al fare fotografia vero e proprio.

Però, però, però …

La fotografia analogica è lontana anni luce dalla fotografia digitale anche se sono tecnicamente simili. Il non sapere e non poter vedere se quello che hai immortalato sul rullino è riuscito oppure no è, almeno per una principiante alle prime armi come me, un grandissimo ostacolo che pospone la valutazione di quello che stai facendo al momento dell’elaborazione.

Là per là non me ne ero accorta ma, come si suol dire, carta canta. E così ho capito, a parte le cose tecniche che sbagliavo e va bene, l’errore più grave che commettevo: mi nascondevo. Nelle mie foto non c’era “un’azione congiunta del cervello, dell’occhio e del cuore” perché, molto semplicemente, non c’ero io.

Per quel po’ che ne ho capito io, la fotografia mi sembra l’arte della riflessione per eccellenza più che del carpe diem. Il momento decisivo è l’anello di congiunzione tra l’occhio che ha scattato la foto e l’occhio che la osserva nella sua forma materiale. Sono due fasi completamente diverse e anche due occhi completamente diversi. Lo spazio della riflessione non si ferma all’istante prima dello scatto, il nanosecondo che precede quello che tutti i fotografi sperano di immortalare ossia un istante di vita che non si ripeterà mai più ma che rimarrà eterno. La riflessione continua anche dopo e va ben oltre la valutazione delle foto in sé. È una ri-flessione che torna indietro verso il fotografo e che “getta luce” anche sul suo mondo interiore e su cosa pensava e chi era mentre pigiava il pulsante di scatto.

La similitudine del ghepardo e della preda era errata. Una fotografia è una rete di Indra al microscopio: ogni gemma che si trova ai nodi della rete riflette tutte le altre gemme e non può essere considerata singolarmente senza considerare tutte le altre. Quello che mi affascina di quest’arte è, forse, proprio questo: non l’esposizione in un museo o in una galleria di una foto bella che racconta una storia di vita, ma è l’interdipendenza che si crea tra l’occhio che scatta e l’occhio che screma, tra il soggetto e il fotografo, tra il contesto e il soggetto, tra la foto e chi ne usufruisce, tra fotografo e spettatore … Ogni punto di unione di questa rete rimanda a tutti gli altri punti. È interconnessione allo stato puro.

A questo proposito mi ritornano in mente le parole scritte all’entrata di una mostra di Robert Doisneau che ho visto anni fa a Milano: “Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti non è puramente casuale”.

Più farò fotografie e più capirò tante altre cose. Per il momento la fotografia mi sta facendo capire tantissime cose su me stessa e, sinceramente parlando, non me lo sarei aspettata. Mi piaceva l’idea di fare foto belle, invece è qualcosa che va così tanto oltre questa semplice pretesa che, invece di imparare la fotografia, mi pare quasi che lei stia insegnando qualcosa a me.

Sarò pur stata rimandata a settembre, però qualcosa la sto già imparando.

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