Adolescenza · Inquietudine migratoria · Psicoanalisi da 1 centesimo · Storiella semiseria

Pensavo fossi me stessa… invece ero un calesse

Da quando sono tornata dal Giappone mi sento profondamente cambiata. O almeno questo è quello che vado dicendo in giro. Ma sarà davvero così? In realtà, se ci ragiono bene sopra, mi rendo conto che non sono cambiata affatto, che questa sono sempre stata io. Se c’è stato un cambiamento questo è stato sicuramente il riconoscere che la me che ero prima, e che pensavo autentica, era invece un’illusione, una bugia. Insomma, ero un calesse.

Non posso affermare che la mia visione del mondo sia stata completamente modificata a seguito di questa realizzazione. Su molte cose la penso esattamente come prima, ma su tante altre mi sto rendendo conto di avere ora un approccio totalmente diverso. È una sensazione abbastanza difficile da spiegare perché da un lato è come se vedessi molti aspetti della mia vita con occhi interamente nuovi, con uno sguardo scevro di inutili sovrastrutture. Dall’altro, questa visione fresca e più semplice delle cose non si riflette in nessun cambiamento epocale: la vita continua a fare il proprio corso, il mondo seguita la sua rivoluzione intorno al Sole e io proseguo a sentire tutta questa energia dentro di me che però non riesco ancora a incanalare in nulla di concreto.

In realtà, a essere onesti, un po’ di questa energia dirompente che mi porta a essere abbastanza irrequieta, ha trovato qualche minuscola via di fuga nelle piccole crepe che, fortunatamente, si sono formate intorno alla giara di terracotta dentro cui mi sono rinchiusa. Sto parlando di cose davvero piccoline agli occhi di molti ma che a me hanno donato un grande senso di libertà e di incoraggiamento.

Troppo spesso tendo a sottolineare solo le cose che non vanno bene in me e nella mia vita. Ogni tanto è salutare lamentarsi, sfogarsi, magari prendersela pure con quello che si reputa ingiusto o difficile da cambiare. Tuttavia, quest’atteggiamento non deve diventare una malsana abitudine. Fa soprattutto bene notare le piccole vittorie, i miglioramenti, i momenti di banale felicità che si sono guadagnati a fatica nel corso dei mesi.

Con questa rinnovata ottica di positività pura al 70%, mi sono guardata in giro, ho parlato con i miei coetanei, mi sono confrontata con realtà diverse e quello che ho trovato mi ha disarmata. Quella sensazione che prima avevo di immobilità, di stasi, di pesantezza e insicurezza ha iniziato a modularsi e a sfumare verso la polarità opposta. Quella che mi ero costruita era una finta realtà in cui mi era più comodo dire “tanto non cambia niente” invece di rimboccarmi le maniche e fare qualcosa. È come se aspettasi che il cambiamento bussasse alla mia porta e mi dicesse “Hey ciao, sono il cambiamento! Sei pronta a sfruttare la possibilità che ti sto dando?”.

Perché io ero così: mi sarebbe piaciuto scrivere, fotografare, suonare la chitarra, essere attiva nel sociale, dedicarmi all’ambiente, leggere i giornali. Ma non lo facevo. Non facevo nulla di tutto ciò che avrei voluto fare. Perché? Chi me lo impediva? Nessuno, me lo impedivo da sola. Ho capito finalmente che il mio era un perenne, inesorabile e crudele processo di auto-sabotaggio.  Scadere nella litania e nella lagna facile del “ma qui non c’è nulla, questo posto non mi dà stimoli, non mi sento capita” era un pretesto pre-confezionato, una carta da parati per nascondere la mia paura di fallire e di non essere all’altezza.

Una prima molla è scattata quando un bel giorno ho deciso, non so nemmeno io come e perché, che era giunta l’ora di affrontare e superare la mia più grande fobia. A posteriori mi sono resa conto che era una fobia immotivata, ridicola e un po’ da immatura. Comunque, ho accettato il fatto che ognuno ha le fobie che ha e, per quanto tautologica sia questa frase, ho fatto pace una volta e per tutte con l’idea che l’animo umano (e quindi anche il mio) è tanto complesso e ha in sé cose che devono essere semplicemente rispettate senza giudizi né moralismi.

Così come un palazzo crolla quando ne si minano le fondamenta, così accade anche per le paure. Si elimina la più grossa e più terrificante e, piano piano, tutte le altre cominciano a disintegrarsi da sole. Devo ammettere che è una sensazione bellissima, mi sono sentita come un serpente che fa la muta: il corpo è attraversato da una nuova sensibilità, si sente l’aria fresca sulla pelle appena nata, nuova, morbida, indifesa. In verità, nel mio caso questo è un processo ancora in corso ma, anche se non è ancora arrivato alla fase di completamento,  riesco in qualche modo a godere dei primi benefici.

Questa nuova percezione della realtà ha come trasformato tutto intorno a me perché, dove prima vedevo immobilità, stasi, noia, ora vedo voglia di fare, movimento, gioia. Ho finalmente abbracciato tutta l’energia che circolava intorno a me e mi è sembrato come di vedere un filo, una rete di interconnessioni tra tutti gli eventi che mi sono capitati senza però distinguere dove finisce una e dove ne inizia un’altra ma percependole come un flusso continuo, costante e collegato con tutto.

Anche le persone che ho incontrato e che sto incontrando sembrano rifrangere una luce diversa. Sono tutte persone giovani, attive e sveglie. Si perdono in chiacchiere ma si danno anche tanto da fare. C’è chi insegue un sogno, chi un ideale, chi ha voglia di fare quello che ha sempre voluto fare e porta avanti il suo progetto con determinazione. Quello che mi piace più di tutto però è che queste persone incoraggiano. Sì, incoraggiano a darsi da fare, a credere in se stessi, a esprimere le proprie potenzialità.

A volte, scherzando ma non troppo, penso che sto rivivendo i miei sedici anni, perché è come se tutta quella passione e quella dedizione a una causa o a un ideale che non ho avuto a quell’età le stessi vivendo ora in maniera amplificata. Non ho ancora rotto la giara che mi sono costruita intorno, non ho abbattuto i muri alzati in tutti questi anni, però qualcosa sta strisciando sottoterra. Anzi, forse nemmeno così tanto sottoterra.

Intanto, la prima muta “preparatoria” l’ho fatta. Questa è la pelle vecchia che ne rimane e io ho deciso di lasciarla qui. Magari qualcuno passa e la raccoglie: si dice che porti fortuna.

 

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