Fattariello tragicomico · Inquietudine migratoria · Psicoanalisi da 1 centesimo

L’inquietudine migratoria

Uno stile di vita troppo sedentario fa male alla salute. Lo conferma il nutrizionista mentre ti pesa sulla bilancia, te lo dice l’istruttore in palestra mentre sudi l’anima su qualche macchinario e, in fondo in fondo, lo sai anche tu altrimenti non avresti alzato il culo per andare dal nutrizionista o in palestra.

L’equazione vigente e vincente è: sedentario = stress, carte di snack ingurgitati nervosamente, schermo del pc sempre acceso, maniglie dell’amore che spuntano ovunque manco fossi un catalogo di porte e finestre, insoddisfazione perenne.

Ma sarà davvero così? Se non ricordo male, il passaggio da nomade a sedentario, avvenuto tanti e tanti e tanti anni fa, era sempre accolto con un latente maximo gaudio: ahhh, ora l’uomo si evolve, ora costruisce villaggi, alleva animali, miete il grano. È finalmente giunta l’epoca in cui “le donne si occupavano dell’agricoltura mentre gli uomini andavano a caccia”. Da qui in poi grandi cose accadranno e i libri di storia si riempiranno di fattarielli più interessanti della distinzione tra oggetti costruiti con la pietra e quelli fatti di rame.

Nessuno poteva prevedere che tutto ciò avrebbe portato a una specie di obesidi in depressione costante. Consumismo, capitalismo, wuallarismo, chiamatelo come volete ma questa è sicuramente una delle conseguenze di quella fatidica scelta di quel primo homo sapiens che avrà pensato: “oh uagliù, però ccà s’ sta bbuon”.

Eppure. Eppure sentire un senso di fastidio. Vai in una libreria, accendi la TV, parli con gli amici al bar e il mondo comincia ad apparirti fatidicamente diviso in due categorie: gli spadellatori impazziti, quelli che stanno sempre a parlare di cibo, come cucinarlo, quali sono gli ingredienti più genuini etc, e i backpackers in agonia, quelli che narrano tutte le loro vicende in Thailandia, che già programmano il loro prossimo viaggio e che già non ce la fanno più a stare a casa.

Se fosse una puntata di Ciao Darwin sarebbe uno scontro tra McCandless, Bear Grylls e Turisti per Caso da un lato, e Benedetta Parodi, La Prova del Cuoco e Carlo Cracco dall’altro.

Siccome mi trovo nel limbo di quelli che farebbero il giro del mondo in 800 ristoranti, ho cercato di capire da dove provenissero queste due urgenze: il continuo bisogno di attaccarsi al cibo come premio consolatorio contro le sfighe che affronto day by day e l’infinito autosabotaggio di una vita incline alla monotonia e al piattume consumistico quotidiano.

Oggi voglio cercare di analizzare la seconda.

Kapuściński diceva che non si può tornare indietro e che dobbiamo riconquistare il tempo. Lo stiamo facendo? Secondo me un po’ sì. Stiamo tornando agli impulsi del pre-neolitico? Nescio, però di sicuro qualcosa sta cambiando. Nomadismo digitale, Eat Pray & Love, Pechino Express sono tutti fenomeni collegati tra di loro.

Abbiamo introiettato talmente tanto l’equazione malefica per cui sedentario = dimonio che imputiamo a esso qualsiasi insoddisfazione? Verificatelo voi stessi in base alle reazione a: posto fisso, chili in eccesso, vacanze a ferragosto, routine, come ti vedi fra cinque anni? Sentite un nodo alla gola dopo aver letto queste parole in fila?

Quello che sento io e che arbitrariamente attribuisco anche agli altri è una sorta di inquietudine migratoria. L’inquietudine migratoria è un comportamento degli uccelli migratori che è stato osservato anche in laboratorio: i volatili aumentano l’attività motoria in corrispondenza del reale periodo di migrazione.

Non sto migrando né tanto meno sto per farlo, ma mi agito come una pazza nella mia gabbietta anelando a un non so che verso un non so dove.

Siccome sono una persona privilegiata che vive in una parte di Occidente di questo globo, in teoria, tralasciando problemi economici e di cagasottismo, io potrei prendere il mio backpack e andare via. Sì, viaggiare. Ma ‘ndo vado? Inifinite possibilità si sparaflashano davanti ai miei occhi, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Imbarazzo, scelta: gli  assi cartesiani della mia vita in questo momento. L’imbarazzo sull’asse delle x è direttamente proporzionale alle scelte sull’asse delle y. Dato che mi metto scuorno di mostrare le mie capacità e le cose belle che ho, cado sempre nel cattivissimo vortice del meno sono sicura di me>>meno mi imbarazzo>>meno scelgo cose importanti e mi lascio andare.

Quindi, diciamo che ho scelto e me ne vado, chessò, in Cambogia. Quante avventure mi aspettano, quante emozioni, quante difficoltà. Quanti incontri che farò mentre aspetto il bus per Angkor.

Aspé.

È nelle attese che succedono le cose, ha detto qualcuno. Veritiero, però io prendo il bus tutti i giorni e ancora non ho fatto alcun incontro sconvolgente. Quindi in realtà quanto più esci dalle tue abitudini, tanto più ti succedono le cose. Non è l’attesa in sé, ma come la vivi. Sei più propenso all’avventura dietro l’angolo se ti trovi in un posto del mondo bellissimo e sconosciuto che quando stai aspettando la circumvesuviana delle 13:20.

Non serve andare in Cambogia né in nessuna altra parte del mondo per cambiare abitudini e capire le attese. Solo che in Cambogia è più facile perché uscirei dal mio contesto usuale. Insomma, per disabituarmi dovrei decontestualizzarmi forever o raggiungere una qualche forma di pace zen ( e al confronto la prima sembra una passeggiata, ho detto tutto).

Ca va san dire, che questo non è l’elogio allo schiattarsi sul divano e non uscire mai di casa. Diciamo piuttosto che è una visione critica di una voglia di evasione cieca e millenaristica, il cui fascino mi tenta non poco.

Dovrei imparare a godere delle attese perché, da un po’ di tempo a questa parte è così che mi sento, in costante attesa. Di un treno, di un bus, di un aereo, di qualcuno, di qualcosa, di diventare qualcuno o qualcosa, di un viaggio, di dimagrire, di aggiustarmi i denti, di un lavoro, di una svolta, di un trasferimento, di un amore.

Un frammento di vita scandito dalle pause tra il pigiare il pulsante stop, poi quello forward per poi tornare in rewind al punto di partenza. Onestamente, questo ritmo mi ha sempre un po’ angosciata, convinta come sono che l’unica direzione sia solo quella in avanti, in meglio, in progredire. Convinta come sono che seguire questo ordine di attese sia quello che bisogna necessariamente fare, che così è e io posso solo aspettare che il momento passi.
#EINVECE, mi sbaglio.

Come potrei, dunque, conciliare la mia inquietudine migratoria (l’essere mentalmente iperattivi e impazienti) con la pazienza delle attese (l’essere continuamente spronati a uscire dagli schemi mentali)?

Dopo ore e ore di elucubrazione mentali, di pro e di contro, sono arrivata alla seguente facile conclusione: bisognerebbe traslocare almeno ogni 5 anni. Liberarsi del superfluo che inevitabilmente accumuliamo, riscoprire cose vecchie e riutilizzarle a nuovi fini, riarredare costantemente il nostro assetto mentale.

Mi pare un giusto compromesso tra la stabilità della sedentarierà e l’eccitazione del nomadismo.

Troppa aurea mediocritas? Possiamo sempre abortire qualsiasi tentativo di librarci in alto innozzandoci una bella carbonara sciué sciué che subito ci riporta a terra nel tran tran della sveglia alle sette e del treno delle 18e45. Ma questo è un altro fattariello tragicomico.

 

 

 

 

 

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