Adolescenza · Fisica quantistica per porcellini d'india · Letteratura · Storiella semiseria

Big Bang Eco, Juvenile A

Recentemente leggevo un articolo di un fisico statunitense sul big bang, il futuro, l’ordine e il disordine. Pare che, almeno secondo i due fisici Sean Carroll e Alan Guth, il momento massimo di ordine dell’universo sia stato raggiunto col big bang. Pare inoltre che il futuro, la cui direzione è legata all’ordine e al disordine, possa avere due direzioni e non una sola come pensavo io e tutto il resto del mondo che poco sa di fisica, figuriamoci di fisica quantistica. In soldoni, noi, che viviamo nella fase post-big bang, vediamo quest’ultimo evento come qualcosa che è successa nel passato lontano lontano. Viviamo cioè in una fase di contrazione dell’universo che corrisponde a una fase di disordine crescente ma pur sempre di ordine. Ma prima del big bang? Se ipotizziamo che ci sia stato qualcosa prima di esso (e qui ragiono da persona che vive in fase di contrazione), allora è possibile che il futuro abbia avuto/ ha (?) una direzione diversa.

No, non ho fatto un corso per diventare scienziata in dieci semplici lezioni. Ho solo trovato interessante le cose che dicono questi tizi. Molte di queste menti dedite e eccelse, infatti, non pensano che ci debba essere per forza stata una causa che abbia creato l’universo. Secondo loro, il concetto di causa-effetto non ha senso. Si può parlare solo di probabilità. Capirete la portata immane se un giorno si dovesse scoprire che, beh effettivamente parlare di rapporto causa-effetto non ha senso: religioni che crollano, scienziati che si strappano i capelli, le farfalle che sbattano le ali e seminano disastri e terrore nell’orbe terracqueo che si suicidano… Insomma, bei momenti.

Però poi mi chiedevo, traslando questo discorso dal cielo stellato sopra di me alle stelline che disegno nei momenti di scazzing su fogli, agende e libri vari: e se si riuscisse a trovare il proprio big bang personale? Uno di quei momenti decisivi, à la Sliding Doors, per cui il futuro cambia direzione e si finisce, non per causalità ma per probabilità, a diventare una data persona e non un’altra. Mini big bang emotivi avvengono ogni secondo di ogni giorno per ogni persona su questa terra.

Scusi lei è un tecnico? Mi direste.

No, ma quasi, vi risponderei.

Non sono una scienziata per fare questa affermazione ma, nonostante ciò, ritengo che ci siano alte probabilità che sia esatta.

La base della mia sicurezza consiste solamente nel fatto (totalmente empirico) che io so esattamente individuare nel tempo il mio piccolo big bang personale.

Correva l’anno 2002, non avevo ancora compiuto 12 anni e passavo tanto tanto tempo a leggere qualsiasi cosa mi trovassi davanti. Milioni di “Piccoli brividi” e “Le ragazzine” principalmente, ma anche romanzi gialli per ragazzini. Sarà stata questa componente di curiosità verso il sapere come va a finire una storia che mi spinse, un giorno, a aprire “Il nome della rosa”. Ecco, l’apertura di quel libro è stata il mio piccolo big bang.

Mia madre non è una grande lettrice. Anzi, diciamo proprio che non legge nulla se non riviste e quotidiani e ogni mio sforzo di farle leggere un qualsiasi romanzo è fallito miseramente. Però devo ammettere che, da donna intelligente quale è, ha sempre capito l’importanza della lettura e, per questo motivo, comprava insieme ai suoi giornali (principalmente “La Repubblica” e “Il Corriere della Sera”) anche i libri che spesso venivano venduti in allegato. Così succedeva che lei si leggeva il giornale e io i romanzi, una tradizione che continua ancora ora.

Per questo motivo, un giorno mi ritrovo a casa questo romanzo con la copertina azzurrina, corposo e seducente con quel suo numero 1 (in quanto primo libro di una collana) che prometteva l’inizio di una lunga storia d’amore con la letteratura.

Fu amore a prima vista. È inutile mentire e dire che riuscii a capire tutto per passare da enfant prodige quale non sono. Ma era il mistero che mi affascinava, congetturare l’identità dell’assassino, capirne i motivi che lo spingevano ad agire così.

Capirete quindi la delusione, la rabbia, la frustrazione che ho provato, tutte insieme, quando mia sorella malignamente mi rivelò il nome del colpevole. Fu un colpo durissimo. Il brivido della fine e della soluzione mi era precluso. Che senso aveva continuare a leggere? Eppure… Eppure continuai. E finii il libro. E ne aprii un altro. E… anche stavolta mia sorella mi rovinò il finale!

“Spoiler! Spoiler!” urleremmo come dei pazzi oggi, ma all’epoca questo termine non era di uso comune e l’unica cosa certa era che volevo ammazzare mia sorella la rovina-finali.

Da quella prima e unica lettura de “Il nome della rosa” la letteratura per me non è stata solo uno svago o un passatempo. Era una necessità. Dal liceo in poi percorsi il sentiero comune a molti adolescenti solitari per cui gli unici veri amici erano i romanzi e la musica punk.

Fino ai 18 anni non lessi alcun altro libro di Umberto Eco, anche se andavo blaterando che “Il nome della rosa” fosse il mio libro preferito e lo difendevo a spada tratta contro la mia prof. di italiano. Ma poi, un giorno, a casa di mia nonna, notai questo libro dalla copertina inquietante dal titolo “Il pendolo di Foucalt”. Uhhhh ma è di Umberto Eco! dissi. E lo iniziai a leggere.

Furono tre giorni intensissimi. Lo soprannominai “il libro del male” perché non riuscivo a smettere di leggerlo. Dovevo scrivere una tesina di filosofia ma non potevo categoricamente staccare gli occhi dal libro allo schermo del pc. Avevo con me questa piccola matitina con cui segnavo, ogni tanto, i nomi di cose, fatti o persone che mi incuriosivano e di cui avrei voluto approfondire la conoscenza. Ma erano troppi. TROPPI. Così m rassegnai, ma uscii vittoriosa da quella lotta e finii il libro e pure la tesina.

In sintesi, due libri di Eco hanno aperto e chiuso non solo la mia adolescenza biologica (sia ben chiaro, io ho ancora 18 anni), ma anche la fase in cui leggere era un piacere quasi fisico. Ecco, quel piacere di leggere io da quando ho messo piede all’università non l’ho più ritrovato. È un paradosso se pensate che, forse proprio grazie a quel big bang, poi mi sono ritrovata a studiare letteratura. Da allora ho letto libri stupendi, meravigliosi, universi di bellezza e dolore indescrivibili. Ma se prima su dieci libri che leggevo, dieci mi sembravano ottimi e grandiosi, ora solo 4 o 5 superavano il discreto.

Stavo sviluppando un senso critico.

Da allora non sono più riuscita a tornare indietro a quel big bang in cui aprivo le pagine di un libro e mi si aprivano mondi inesplorati in cui tutto mi appariva bello e valido.

È triste da ammettere, ma è così. Però, ovviamente, non tutto il male viene per nuocere: ora riesco ad apprezzare e a godere di molte più cose proprio grazie a questo senso critico. Per esempio, per anni mi sono tenuta alla larga, anzi al largo di “Moby-Dick” perché mi sembrava di una noia mortale. Che me ne frega a me della caccia alle balene? Sbeeeeem, sbagliato. Idem per altri voluminosi classici della letteratura mondiale come “Don Chisciotte della Mancia”, l’”Ulisse” e tutti i pesantoni ottocenteschi russi che tanto mi piacciono ora.

A volte ripenso alla piccola Sara Anna che leggeva e leggeva e leggeva e non si stancava mai e mi viene un po’ un magone. Poi però ci rifletto e mi dico che è grazie anche a lei se ora sono come sono. Le strade del signore sono infinite, si sa, e quindi tutto poteva succedere ma questo è successo.

Un incontro con un libro ha cambiato la mia vita. Ha posto delle basi e da lì è stata tutto un’interconnessione di momenti, eventi, persone, libri trovati per caso sulle bancarelle e finali rovinati.

Io vivo in questa fase post-big bang e non so dire cosa sta succedendo/sarebbe successo (?) nell’altro futuro, quello che va in una direzione opposta. Non so nemmeno se ci sono io in quel futuro lì. Se e per questo non so nemmeno se c’è, c’è stato o ci sarà Umberto Eco. Magari, in un altro futuro, in un’altra dimensione, in un altro universo sarà un libro scritto da me a creare un piccolo Umberto Eco (anche se, per evidenti principi femministi vorrei che fosse una donna, ma vabé Umberta non si può proprio sentire).

Insomma, non so nulla. D’altronde, non ci capiscono niente tutti quegli scienziati cervelloni là, figuriamoci io che non ho manco fatto un corso da scienziata in

sole

dieci

semplici

lezioni.

«Pensa ad un fiume, denso e maestoso, che corre per miglia e miglia, e tu sai dove sia il fiume, dove l’argine, dove la terra ferma.
Ad un certo punto, il fiume, per stanchezza, perché ha corso per troppo tempo e troppo spazio, perché si avvicina il mare, che annulla in sè tutti i fiumi, non sa più cosa sia.
Diventa il proprio delta.
Rimane, forse, un ramo maggiore, ma, molti se ne diramano, in ogni direzione, ed alcuni riconfluiscono gli uni negli altri, e non sai più cosa sia origine di cosa, e, talora, non sai cosa sia fiume ancora, e cosa già mare..»

da Il nome della rosa.

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