Adolescenza · Carnevale · Fattariello tragicomico · Napoli

Piccola cronologia carnevalesca

Le uova spiaccicate sull’asfalto delle vie napoletane creano una costellazione inconfondibile il cui messaggio è lapalissiano: Carnevale è alle porte.

Per molti, oggi Carnevale è solo una festa che incute timore e terrore, soprattutto se si abita a Napoli o la si frequenta per vari motivi. Il mondo, però, non può smettere di girare, l’economia non può fermarsi e chiedere di mettersi in malattia dopo i fatti di Sanremo desterebbe troppi sospetti. Pertanto, la gente è rassegnata: a ridosso di questa festa si indossano i cappotti meno buoni e si esce di casa sperando che stavolta non tocchi a noi essere travolti da malefici ragazzini alle prese con la pubertà che sfogano i dolori del loro giovane Walter lanciando mefistofeliche uova e spruzzando schiuma ‘a cecat.

Non voglio esattamente spezzare una lancia a favore del carnevale, ma vorrei ricordare che non è sempre stato così temibile. È una festa che subisce un’evoluzione nell’arco della vita di una persona.

Quando ero piccola, carnevale mi sembrava una gran figata. Genitori che passeggiano sfoggiando infanti in ridicoli costumi per cui solo la tenera età può evitare lo stigma sociale dello scuorno; le prime festicciole tra amichetti; andare addirittura dal fotografo a farsi le foto ufficiali; le parate con i balli e, insomma, lo spirito goliardico prevaleva.

Ma, si sa, le epoche cambiano e solo l’adolescenza resta sempre uguale. Per cui con l’arrivo degli 11-12 anni si entra di diritto nel club dei “grandi” e si inizia a usare la schiuma al posto delle innocue stelle filanti e dei coriandoli, ed è in questo periodo che si comincia a intravedere l’incubo che si cela dietro questo giorno. Questa fase, almeno a me, è durata fino ai 15-16 anni, una fascia temporale anche troppo ampia in cui riuscivo ancora a trovare divertente correre per il paese e cercare di sfuggire a qualsiasi cosa mi venisse lanciata contro. Non so per voi, ma questo periodo coincise anche con la fase in cui feci la vaga conoscenza di una specie ormai (purtroppo o per fortuna) in via d’estinzione, cioè il ragazzo eterosessuale. All’epoca era costume usato e accettato quello di uscire appositamente con le amiche solo per scappare dal gruppo di ragazzetti armati di bombolette e uova, desiderando inconsciamente che un qualche tipo di colluttazione avvenisse tra te e uno dei ragazzetti bombolati che ti piaceva. Pensandoci, le cose non sono cambiate poi di molto e tanti, TROPPI, ragazzi eterosessuali sono rimasti alla fase adolescenziale dello schiaffarti un bell’uovo marcio in faccia.

Passata questa fase malsana, dai 16 in poi finalmente realizzai che carnevale era decisamente una festa da sfigati e l’ho accuratamente evitata come la peste.

Quando mi sono iscritta all’università e sono venuta a conoscenza delle feste a Architettura la cosa si è fatta notevolemente più interessante, ma, intanto la sfigata ero diventata io quindi ci sono potuta andare solo una volta (da notare anche ormai il confine tra Carnevale, Halloween e Comicon è diventato così labile che non so più quale sia l’occasione appropriata da sfruttare per avere la scusa di vestirsi da troione brasiliano). Inoltre, ci sono tantissime serate  a tema organizzate praticamente tutto l’anno per cui carnevale nella sua accezione di travestimento (c’era SEMPRE, SEMPRE il tizio simpaticone che si vestiva da donna suscitando l’ilarità generale) e sovversione delle regole, non ha molto più significato.

Quindi, morale della favola, ora faccio parte anche io della bolgia di tristi figuri asserviti al sistema che temono il Carnevale e ho già pronti sia il mio cappotto vecchio che la mia consapevolezza di essere un bersaglio facile.

E comunque per me il Carnevale sarà indissolubilmente legato alla seguente tristissima ma breve novella che ora vi propino.

 Ci fu un periodo nefastissimo della mia vita in cui fui costretta a andare al catechismo. Solo Montale potrebbe capire il male di vivere che mi attanagliava ogni sabato pomeriggio all’idea di dover andare là, sorbirmi i miei cattivissimi compagni di catechismo che non mi rivolgevano mai la parola e contemporaneamente la lezione della maestra che ci invitava ad amare il prossimo come noi stessi e tutte quelle altre menate là.

Comunque, un sabato si decise che ci sarebbe stata la festa di carnevale e tutti erano stati invitati a venire vestiti da qualcosa o da qualcuno per camuffare quegli aborti novenni di stronzi che erano.

Tutti tranne me, tranne me, tranne meeeee.

Il sabato prima di questa festa io non ero andata al catechismo, presentandomi il sabato dopo, ignara di tutto, così come la società civile di solito ci vuole vestiti, cioè da me stessa. Panico e disagio quando scopro che sono l’UNICA senza vestito e vengo a conoscenza del fatto che nessuno dei miei compagni incaricati di farlo mi aveva avvertita di questa cosa. Sono stata per tutta la durata della festa in un angolo a rimuginare sull’ingiustizia della vita, ma ringraziando anche sotto sotto Iddio nostro Signore per essere scampata a quell’umiliazione pubblica di beoti in maschera.

Lo so, sembra una scena dei peggiori telefilm sugli americani in età da high school ma mi è successo davvero e, siccome ero una bambina ipersensibile, invece di fare una carneficina alla Kill Bill, ci rimasi malissimo. Mi resi anche perfettamente conto di quanto quella situazione fosse sintomatica del mio stare lì tra quei quattro farisei.

Inutile dirvi che a catechismo non ci andai più e infatti per potermi fare la comunione dovetti fare un terribile “corso di recupero” che vabé lasciamo perdere. Magari vi narrerò le mie tristi memorie “Saranna&il Cattolicesimo vol. I L’infanzia” un’altra volta.

Quindi, ricapitolando, l’unico ricordo relativo al carnevale marchiato a fuoco nella mia memoria è quello in cui partecipo involontariamente a una festa di carnevale in cui sono io l’unica in abiti civili.

Jung, dove sei?

E ora faccio la Brezsny della situazione.

COMPITI PER TUTTI: meditate su quale cappotto usare nei prossimi giorni.

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